SMTP GMAIL

SMTP (simple mail transfert protocol) è uno standard elettronico per la trasmissione di email. Quando ricevete un’email nella vostra casella di posta, molto probabilmente è stata inviata da un server SMTP. Oggi vogliamo analizzare alcune soluzioni per utilizzare Google e/o il server SMTP gratuito di Gmail come mezzo per inviare email nelle applicazioni Web, con domini personalizzati, e nel vostro sito WordPress.

La Verità sul Server SMTP Gratuito di Google

Per piccole attività o aziende con un basso volume di email, il server SMTP gratuito di Google può essere un’ottima soluzione e potete fare un certo uso di Gmail per inviare le vostre email. Google dispone di un’infrastruttura molto ampia e potete fare affidamento sui loro servizi per rimanere online. Tuttavia, anche se è completamente gratuito, niente è senza limiti. Secondo la documentazione di Google, è possibile inviare fino a 100 email in un periodo di 24 ore consecutive attraverso i loro server SMTP. Potete anche far riferimento ad un limite di 3.000 email gratuite al mese.

A seconda del numero di email che inviate o di quanto è grande la vostra attività, questo limite potrebbe essere più che sufficiente. Se iniziate a ricevere più di 5.000 email al mese, sarebbe il caso di utilizzare un servizio di posta elettronica di terze parti o premium. Di seguito sono elencate alcune buone alternative SMTP che potreste valutare.

Tuttavia, il server SMTP gratuito di Gmail funziona sempre alla grande per tante persone! Soprattutto per le start-up e per gli sviluppatori che hanno bisogno di qualcosa di gratuito e affidabile, soprattutto quando sono all’avvio dell’attività.

Informazioni sul Server SMTP Gratuito di Gmail

Potete utilizzare le informazioni relative al server SMTP di Gmail in molti posti diversi. Potete utilizzarle nel vostro client di posta locale come Microsoft Outlook, o nel vostro sito WordPress, con un plugin come Gmail SMTP o SendGrid. Consultate anche il nostro tutorial su come inviare email da WordPress.

Server posta in uscita (SMTP): smtp.gmail.com
Usa autenticazione: sì
Usa connessione sicura: Sì (può essere TLS o SSL a seconda del tuo client di posta)
Nome utente: account GMail (email@gmail.com)
Password: password GMail
Porta: 465 o 587

Inviare e Ricevere Email in Gmail con Dominio Personale

Sapevate di poter anche inviare e ricevere email da domini personali all’interno di Gmail? Nell’indaffarato mondo di oggi, molti devono destreggiarsi tra più email aziendali e personali. Unificarle consente di risparmiare tempo evitando di rimbalzare da un account a un altro. Un modo semplice per unificare gli account è quello di utilizzare un’email di G Suite. Tuttavia, queste costano $5 al mese, anche se sono accompagnate da molti servizi extra. E, se gestite più indirizzi email, questa cifra può crescere abbastanza in fretta. Vi mostreremo qui una soluzione molto più economica che potreste non aver considerato.

Supponiamo che questo sia il vostro caso e avete 4 email tra cui state cercando di districarvi:

  • 1 account Gmail personale (yourname@gmail.com)
  • 1 account email aziendale per la vostra attività su WordPress
  • 2 email aziendali per altri siti Web che gestite

Molte volte si richiede che la verifica provenga da un dominio personale, come, ad esempio, la verifica delle pagine aziendali di LinkedIn, Pinterest, ecc. Inoltre, inviare email alle persone da un dominio personale appare semplicemente più professionale.

Passo 1. Inoltrare le Email a Gmail

La prima cosa che dovete fare è inoltrare le email provenienti da quei 3 account aggiuntivi al vostro account Gmail personale (yourname@gmail.com). Ci sono un paio di modi per farlo. Se avete accesso ai vostri record DNS con il vostro registrar di dominio, sappiate che molti registrar ora offrono gratuitamente l’inoltro delle email. NameCheap ne è un esempio. Tuttavia, se utilizzate record DNS personali, questa opzione non sarà disponibile. Ed è qui che entrano in gioco servizi di terze parti come Pobox o MailGun.

Pobox vi consente di inoltrare fino a 40 indirizzi diversi per $35 all’anno. Se doveste acquistare G Suite per 3 email aggiuntive vi costerebbe $180 all’anno. In alternativa, potete utilizzare le regole di routing di MailGun, che è completamente gratuito.

2. Inviare Email come (Google SMTP)

Quindi ora che tutti i vostri account email inoltrano la posta al vostro account Gmail personale, avete bisogno di un modo per inviare le email da quegli account.

Passo 1

La prima cosa che dovete fare è assicurarvi che la verifica in due passaggi sia attiva nel vostro account Gmail principale. Importante: se non lo fate, più avanti, quando proverete ad autenticare il vostro indirizzo email, riceverete un errore per password non valida. Quindi, per prima cosa attivate la verifica in due passaggi.

Passo 2

Successivamente, dovrete generare una App password. Utilizzerete la password dell’app al posto della vostra password Gmail personale più avanti. Questa azione è obbligatoria per far funzionare il procedimento.

Google App password non disponibile

Google App password non disponibile

Quando create la password dell’app, scegliete semplicemente “Altro” e assegnagli un nome (ad esempio: la mia seconda email aziendale).

Generare App password

Generare la password dell’App

Questa azione genererà una password che dovrete salvare per utilizzarla successivamente.

Passo 3

Ora tornate in Gmail, andate nelle impostazioni, e fate click su “Account e importazione”. Quindi cliccate su “Aggiungi un altro indirizzo email di tua proprietà”.

Aggiungere dominio personale su Gmail

La funzionalità di Gmail Invia Email come

Passo 4

Inserite il nome e l’email aziendale del dominio personale che state aggiungendo.

Aggiungere email in Gmail

Aggiungere un altro indirizzo email

Quindi, per quanto riguarda il server SMTP, questo di default mostrerà il vostro dominio personale. Tuttavia, dovrete cambiarlo per utilizzare il server SMTP gratuito di Google. Quindi cambiatelo in smtp.gmail.com. A questo punto, inserite il vostro indirizzo Gmail personale per lo username (yourname@gmail.com) e la vostra password. Questa sarà la App password che avete generato in precedenza, non la vostra password Gmail.

Dominio personale sul server Google SMTP

Gmail SMTP server con dominio personale

Passo 5

Il sistema invierà, quindi, un codice di conferma all’email che avete appena inserito. Dovrete far clic sul link dell’email per confermare, oppure inserire il codice menualmente (ciò dimostra che siete realmente i proprietari dell’account email aggiuntivo). E questo è tutto!

Potete, quindi, ripetere i passaggi precedenti per gli altri account email. Generate App password separate per ogni email aggiuntiva.

E ora tutta la vostra posta elettronica arriverà in un unico posto e, quando andrete ad inviare email, potrete scegliere dal menu a tendina da quale account inviarla. Nelle impostazioni di Gmail, potete anche impostare “Rispondi dallo stesso indirizzo al quale il messaggio è stato inviato” per semplificare le risposte alle email.

MacOS Catalina, la piccola rivoluzione di Apple

Addio ad iTunes, l’iPad diventa schermo aggiuntivo, più sicurezza e mille aggiornamenti per le app di sistema: ecco i modelli che lo supportano

Arriva macOS Catalina, la nuova versione del sistema operativo per i Mac presentata mesi fa alla Worldwide Developer Conference da Apple. Dopo un lungo periodo in beta l’ambiente desktop del colosso californiano è disponibile da qualche ora. Come sempre, il download è gratuito e in conclusione vedremo anche quali sono le macchine compatibili.

Anzitutto, però, uno sguardo alle succose novità. Che non sono poche per l’erede delle versioni californiane Mavericks, Yosemite, El Capitan, i due Sierra e Mojave. Catalina, che prende il nome dall’omonima isola di fronte a Los Angeles nell’arcipelago delle Channel Islands, propone infatti un’esperienza più integrata con iOS e iPadOS (il nuovo sistema espressamente progettato per l’iPad, anch’esso al debutto in queste settimane) e in generale ancora più stretta fra tutti i dispositivi della Mela. Tanto per cominciare, però, occorre ricordare che Catalina non supporta più applicazioni a 32 bit, per cui servirà che molte applicazioni vengano aggiornate: serve molta più potenza di calcolo.

Secondo punto: l’addio di iTunes, piattaforma ormai pleonastica e perfino un po’ molesta nell’esperienza d’uso. Non c’è più, in Catalina, o per meglio dire viene esplosa all’interno di una serie di altre applicazioni specializzate: Musica (con cui gestire i file audio locali e su iCloud), Tv (dove finiscono film e video ma anche le nuove offerte in streaming di Tv+ in partenza dal primo novembre), Podcast. Mentre la gestione-sincronizzazione di iPhone e iPad passa ora dal Finder, backup compresi. All’aggiornamento, tutti i contenuti verranno automaticamente riorganizzati. Come su iOS arriva inoltre Apple Arcade, la piattaforma in streaming per giocare con 100 titoli esclusivi anche offline e, appunto, in un legame indissolubile con lo smartphone. Ma si possono anche usare i controller delle console come Xbox e PS4. Bel passo nel mondo del gaming.

Se con Find My (in italiano Dov’è, unisce Trova il mio iPhone e Trova i miei amici) ora il Mac perso o rubato può essere individuato anche se messo offline grazie all’incrocio dei dispositivi vicini, con Sidecar si può trasformare un iPad (o Pro) in un secondo schermo, anche wireless, non solo per estendere ma anche per duplicare quanto trasmesso sul display. Potendo, ovviamente, sfruttare i comandi tattili e la Apple Pencil per intervenire e giostrare le app del Mac.

Si può poi gestire il computer con la voce impostando parole e comandi specifici, arriva il pannello del tempo di utilizzo per farci capire come e quanto usiamo la macchina e ovviamente tutti gli aggiornamenti delle diverse applicazioni di sistema. Si va dalla nuova interfaccia per le foto e i ricordi (che ad esempio scarta i doppioni) alle Note (mostrate come miniature) fino alla completa riprogettazione dell’app Promemoria, al potenzialmento di Siri, quello della sicurezza – macOS Catalina chiede il permesso prima di consentire a un’app di accedere ai dati nelle cartelle Documenti, Scrivania e Download, su iCloud Drive e nelle cartelle di altri servizi cloud, sui supporti rimovibili e sui volumi esterni – di Mail e così via.

L’ambiente gode dunque della maggiore fluidità concessa agli sviluppatori, che tramite il software Catalyst possono di fatto adattare le app pensate per iOS su Mac e ottenere quella continuità d’esperienza fra dispositivi della casa che fa da stella polare al lavoro di Tim Cook e soci. MacOs Catalina 10.15 si può scaricare sui seguenti modelli, dove l’anno indica ovviamente la versione più vecchia compatibile: MacBook (dal 2012) MacBook Air (dal 2012), MacBook Pro (dal 2012), Mac Mini (dal 2012), iMac (dal 2012), iMac Pro (dal 2017) e Mac Pro (dal 2013). Occhio all’eventuale necessità di non perdere alcune app a 32 bit non più supportate. Ci vogliono circa 8 GB di spazio.

Interpretazione BEEP Piastre Madri

Codici d’errore BIOS AMI

• 1 beep breve: Normal POST – sistema ok
• 2 beep brevi: Controllare il messaggio d’errore a video. Se non appare nulla sul monitor, probabilmente c’è un problema di parità nei primi 64K della memoria. Verificare l’alloggiamento dei moduli o alternarli
• 3 beep brevi: Fondamentalmente identico al punto 2
• 4 beep brevi: Fondamentalmente identico al punto 2, potrebbe anche essere un errore del timer della scheda madre
• 5 beep brevi: Problema alla scheda madre. Verificare l’alloggiamento dei banchi di memoria o rimpiazzare la cpu oppure la scheda madre
• 6 beep brevi: Problema alla tastiera o al controller della tastiera
• 7 beep brevi: Guasto alla cpu. Rimpiazzare la cpu o la scheda madre
• 8 beep brevi: Problema alla scheda video. 
• 9 beep brevi: Corruzione del bios. Resettarlo o sostituirlo
• 10 beep brevi: Problema ai chip correlati al CMOS. Rimpiazzarli oppure sostituire la batteria tampone o sostituire la scheda madre
• 11 beep brevi: Problema alla memoria cache
• 1 beep lungo, 3 brevi: Malfunzionamento della memoria. Verificare l’alloggiamento dei banchi.
• 1 beep lungo, 8 brevi: Display test fallito. Verificare l’alloggiamento della scheda video


Codici d’errore BIOS Phoenix

Questo bios emette tre set di beep. Per esempio, 1 – pausa – 3 – pausa – 3 – pausa. Questa è una combinazione 1-3-3 ed ogni set è separato da una breve pausa.

• 1-1-3: Impossibile leggere le informazioni del CMOS. Sostituire la scheda madre
• 1-1-4: Sostituire il bios
• 1-2-1: Problema al timer chip. Sostituire la scheda madre
• 1-2-2: Problema alla scheda madre
• 1-2-3: Problema alla scheda madre
• 1-3-1: Sostituire la scheda madre
• 1-3-3: Sostituire la scheda madre
• 1-3-4: Problema alla scheda madre
• 1-4-1: Problema alla scheda madre
• 1-4-2: Errore in uno o più banchi di memoria
• 2-_-_: Qualsiasi combinazione di beep dopo il due riguarda problemi alla memoria.
• 3-1-_: Un chip della scheda madre è guasto. Sostituire la scheda madre
• 3-2-4: Uno dei chip dedicati alla tastiera è guasto.
• 3-3-4: Non viene rilevata la scheda video.
• 3-4-_: Sostituire la scheda video
• 4-2-1: Un chip della scheda madre è guasto. Sostituirla
• 4-2-2: Verificare eventuali problemi alla tastiera. In caso contrario, il problema è della scheda madre
• 4-2-3: Lo stesso del 4-2-2
• 4-2-4: Problema ad una scheda. Toglierle ad una ad una per individuare la colpevole.
• 4-3-1: Sostituire la scheda madre
• 4-3-2: Vedere 4-3-1
• 4-3-3: Vedere 4-3-1
• 4-3-4: Errore dell’orologio. Sostituire la batteria tampone o l’alimentatore
• 4-4-1: Problema alla porta seriale. Verificare l’alloggiamento oppure rimuoverla o disabilitarla se integrata.
• 4-4-2: Come il 4-4-1 ma relativo alla porta parallela
• 4-4-3: Problema del coprocessore matematico. Eseguire un programma di test per verifica. Se necessario, disabilitarlo o sostituirlo
• 1-1-2 deboli: Problemi alla scheda madre
• 1-1-3 deboli: Problema all’Extended CMOS RAM. Sostituire la batteria tampone


Codici d’errore BIOS Award

• 1 beep lungo: Errore della memoria
• 1 beep lungo ripetuto: Problema alla memoria (necessita di almeno due moduli ECC)
• 1 beep lungo continuo: Problema alla memoria o alla scheda video
• 1 beep lungo, 2 brevi: Problema alla scheda video
• 1 beep lungo, 3 brevi: Errore della scheda video


Codici d’errore standard IBM

• 1 beep breve: Normal POST – sistema ok
• 2 beep brevi: POST Error – codice errore visualizzato a schermo
• Nessun beep: Problema all’alimentatore o alla scheda madre
• Beep continui: Problema all’alimentatore, alla scheda madre o alla tastiera
• Beep brevi continui: Problema all’alimentatore o alla scheda madre
• 1 beep lungo, uno breve: Problema alla scheda madre
• 1 beep lungo, 2 brevi: Problema alla scheda video (MDA, CGA)
• 1 beep lungo, 3 brevi: Problema alla scheda video (EGA)
• 3 beep lunghi: 3270 keyboard card


Codici IBM post diagnostica​

• 100 – 199: Scheda madre
• 200 – 299: Memoria
• 300 – 399: Tastiera
• 400 – 499: Display monocromatico
• 500 – 599: Display grafico/a colori
• 600 – 699: Floppy-disk drive
• 700 – 799: Coprocessore matematico
• 900 – 999: Porta stampante parallela
• 1000 – 1099: Alternate Printer Adapter
• 1100 – 1299: Dispositivo di comunicazione asincrono, adattatore o porta
• 1300 – 1399: Porta giochi
• 1400 – 1499: Stampante
• 1500 – 1599: Dispositivo di comunicazione sincrono, adattatore o porta
• 1700 – 1799: Hard disk
• 1800 – 1899: Unità d’espansione (XT)
• 2000 – 2199: Dispositivo di comunicazione bisincrono
• 2400 – 2599: Scheda video EGA di sistema (MCA)
• 3000 – 3199: Adattatore LAN
• 4800 – 4999: Modem interno
• 7000 – 7099: Chip BIOS Phoenix
• 7300 – 7399: 3.5″ Disk Drive
• 8900 – 8999: Adattatore MIDI
• 11200 – 11299: Adattatore SCSI
• 21000 – 21099: Disco fisso SCSI e controller
• 21500 – 21599: CD-ROM SCSI

POP3 o IMAP: quale scegliere?

Quando configuri il tuo indirizzo email su un computer o dispositivo, molto spesso ti verrà richiesto di scegliere tra la modalità POP3 e la modalità IMAP. 
Pop3 nasce per l’utilizzo su singolo client / pc mentre Imap nasce per l’utilizzo della stessa mail su più dispositivi.
Se infatti utilizzi la tua Casella Email su diversi dispositivi (pc, smartphone, tablet), è consigliabile la configurazione IMAP.

POP3

La modalità POP3 consente di scaricare tutti i messaggi della posta in arrivo dal server direttamente sul pc o sul dispositivo che stai utilizzando.
Eventuali messaggi in posta inviata, Cestino, Bozze o altre sotto-cartelle non verranno salvati sul dispositivo.
Se selezioni l’opzione “Mantieni i messaggi sul server per [xx] giorni” potrai ritrovare esclusivamente i messaggi della cartella POSTA IN ARRIVO sulla webmail .
Se non selezioni nel tuo client l’opzione “Mantieni i messaggi sul server”, una volta scaricati, i messaggi resteranno esclusivamente sul tuo dispositivo e saranno cancellati dalla webmail o dal server di posta.

IMAP

Questa modalità è indicata se vuoi utilizzare la tua casella email su più dispositivi.
Il protocollo IMAP , lascia tutta la posta sul server, così che potrai consultarla anche da Webmail.
Configurando la casella email in IMAP, visualizzerai sul tuo dispositivo, come sulla webmail, tutti i messaggi in tutte le sottocartelle (comprese Posta inviata, Bozze, Cestino, e così via …).
Se elimini un messaggio dalla webmail, questo sparirà anche da tutti i dispositivi configurati con IMAP e viceversa.
Se decidi di utilizzare IMAP per le tue caselle di posta, assicurati che tutti gli altri dispositivi che leggono tale casella utilizzino la stessa modalità: se un solo dispositivo fosse configurato in modalità POP3, infatti, questo dispositivo scaricherebbe tutti i messaggi, eliminandoli dalla webmail e da tutti i dispositivi configurati in IMAP.

Gli evasori dell’IVA su Smartphone e PC non avranno più vita facile sui marketplace

Nel Decreto Fiscale, collegato alla Legge di Bilancio 2019, è stata proposta anche una modifica alla reverse charge IVA per smartphone, pc e console, ispirata da quanto fatto da Optime (Osservatorio Permanente per la Tutela in Italia del mercato dell’Elettronica), che riguarda da vicino i grandi markeplace del web come Amazon, eBay e simili.

Lo scopo della proposta è quello di evitare che avvengano attività illecite che portano all’evasione dell’IVA da parte di piccoli operatori presenti sui marketplace.

Cos’è la reverse charge e come viene sfruttata illegalmente

La reverse charge è un intervento fiscale che punta a contrastare l’evasione dell’IVA comunitaria. Il provvedimento originale prevede che l’imposta venga applicata direttamente e solamente dal rivenditore finale, così da non considerarla lungo la filiera di vendita rendendo poi difficile l’individuazione di un eventuale “disonesto”. Questo meccanismo funziona a patto che anche tale rivenditore ultimo sia onesto.

La pratica (illegale) che nel tempo sembra essersi consolidata è la seguente: sempre più rivenditori acquistano dai fornitori senza IVA, come prevede il reverse charge, e vendono al cliente finale con un prezzo comprensivo di IVA più basso di quello di mercato. In questo modo riescono a proporre l’offerta più competitiva e acquisire velocemente visibilità all’interno dei vari marketplace (eBay e Amazon per citarne due), dopodiché intascano l’imposta e nel giro di qualche mese chiudono. Salvo riaprire subito dopo dietro diverso nome, mantenendo di fatto l’attività in piedi.

Cosa prevede la nuova proposta

La modifica introdotta dal Governo rivoluziona il meccanismo di versamento dell’IVA sulle vendite generate nei marketplace. Saranno infatti le piattaforme stesse a dover versare l’imposta e restituire l’imponibile al rivenditore. I colossi dei marketplace dovranno dunque trattenere l’IVA durante il trasferimento delle somme dai clienti ai rivenditori, versandola successivamente allo Stato. Salvo modifiche, questo emendamento obbligherà di fatto tutti i rivenditori disonesti a uscire dai marketplace, non avendo più alcun guadagno (l’imposta stessa praticamente) nel rivendere su questi siti. “Potranno” però continuare ad agire illecitamente attraverso i loro siti aziendali ma almeno non sarà più così facile acquisire notorietà non potendo fare leva tramite i colossi dell’e-commerce.

Di certo, le aziende che si occupano di marketplace si troveranno in una situazione strana. Da una parte sono in difficoltà in quanto la gestione delle vendite sarebbe più complicata e perderebbero il business generato dai “rivenditori disonesti” di cui vi abbiamo parlato, ma dall’altra parte non possono schierarsi come oppositori di un provvedimento che favorisce la legalità.

L’emendamento è stato già depositato dal Governo ed è in attesa di approvazione, che ne consentirebbe la conversione in Legge. Sempre che non venga fermato prima.

Fine supporto per VMware vSphere 5.5. e vSAN 5.5


Il 19 Settembre terminerà il supporto per VMware vSphere 5.5. e vSAN 5.5e, per continuare a usufruire di tutti i vantaggi offerti dall’assistenza e dai servizi in abbonamento, consigliamo di eseguire un upgrade a vSphere 6.5 o vSphere 6.7.

Eseguendo l’upgrade a vSphere 6.5/6.7, avrai a disposizione non solo tutte le funzionalità più recenti di vSphere, ma anche l’ultima versione di vSAN (concessa in licenza separatamente) con le funzioni più aggiornate.

Se utilizzi vSphere 5.5. contattaci per approfondimenti o per intraprendere un piano di upgrade alle nuove versioni.

Grazie alla Enterprise Partnership tra VMware e Next Technology, hai la garanzia di confrontarti con un interlocutore competente e certificato.

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Carta del docente domande e risposte:

Tra le iniziative più interessanti promosse dal MIUR nell’ambito del progetto “La buona scuola”, troviamo sicuramente la Carta del Docente che vede la predisposizione di un bonus di 500 Euro da spendere per l’acquisto di prodotti tecnologici utili in ambito scolastico. Interessante sotto molteplici aspetti: sia per la volontà di spingere verso una maggiore informatizzazione di insegnanti ed alunni, sia per l’indotto che ovviamente genera nel settore.

Come sempre succede in Italia, c’è un po’ di burocrazia da seguire per ottenere il proprio bonus insegnanti, bisogna utilizzare il proprio SPID e seguire precise indicazioni operative che arrivano dal MIUR, ma non è così complesso. E’ sufficiente andare sul sito di istruzione.it nella sezione dedicata alla Carta del Docente, accedere con il SPID, inserire l’importo del prodotto che si intende acquistare e generare il buono. Ma se sei tra i docenti che si stanno interrogando (scusa il gioco di parole!) proprio su quali prodotti possono essere comprati o meno con la carta del docente (computer? smartphone?), sappi che il MIUR ha dato disposizioni piuttosto chiare in merito. Ti elenchiamo in questa guida cosa puoi comprare con il bonus da 500 Euro.

Vuoi maggiori informazioni sulla carta del docente? Scoprile qui!

Cosa posso acquistare con la Carta Docente?
Via libera a tutto il mondo computer: quindi PC desktop, notebook, convertibili, ultrabook e PC all-in-one. Se invece, stai cercando un dispositivo un po’ più agile da portare in classe puoi scegliere un tablet. Per leggere, il MIUR ha deciso di includere gli ebook reader.
Anche i software fanno parte del programma “Buona Scuola”. Potrai, quindi, acquistare il pacchetto Office oppure i software necessari per studiare grafica web, video e sviluppo. Interessante, infine, la possibilità di scegliere anche una stampante 3D, il cui utilizzo in ambito scolastico è sicuramente molto innovativo e curioso per i ragazzi.

Hai già il buono Carta del Docente? Convertilo qui

Quali sono i prodotti esclusi dal Bonus Insegnanti?
Riguardo la Carta del Docente, il MIUR ha specificato che con il buono da 500 Euro è consentito comprare prodotti hardware e software utili ai fini scolastici. Il Ministero ha specificato, inoltre, che non sono ammessi tutti quei dispositivi che hanno come caratteristica principale le comunicazioni elettroniche. Ergo, tutti gli smartphone sono esclusi perché non sono prettamente funzionali all’uso in ambito accademico.
Non sono stati annoverati tra i prodotti acquistabili nemmeno i componenti parziali di dispositivi elettronici. In concreto, ci si riferisce a toner e cartucce, stampanti, chiavette USB, macchine fotografiche, videocamere e videoproiettori.

Bonus Scuola e prodotti Apple
Una delle domande più frequenti tra gli insegnanti riguardo la Carta del Docente è se possono acquistare i prodotti Apple con questa modalità. Evidentemente perché hanno uno scontrino medio piuttosto alto e poter “abbattere” il costo di 500 Euro è sicuramente una possibilità interessante. Ebbene, la risposta è un di cui di quanto detto poco fa. Il MIUR ovviamente non ha fatto distinzioni tra marchi, ma tra categorie di prodotto, come detto. Quindi, non puoi acquistare un iPhone, in quanto smartphone, però potrai comprare un Mac Book oppure un iPad.

Quanto consuma in media un server ?

Malgrado le numerose iniziative volte a sensibilizzare l’utenza, quello del risparmio energetico è un tema che ancora pochi considerano davvero importante.
Eppure risparmiare energia, soprattutto elettricità, permette di limitare sia i costi di gestione di tutte le attività, ludiche e lavorative, sia l’inquinamento atmosferico e il riscaldamento globale. Insomma: un po’ più denaro che ci resta in tasca e qualche certezza in più sul futuro.

I motivi per cui non consideriamo nella dovuta maniera i rischi derivanti dallo spreco di energia sono svariati, ma il principale è il fatto che il problema si presenta in modo subdolo, dato che gli effetti dello spreco non si fanno sentire repentinamente ma gradualmente, quindi ad essi la gran parte delle persone si abitua senza percepirli.

Ma come quantificare il consumo dei nostri computer, verificare di quale consumo possiamo fare a meno e quanto denaro ci resterebbe in tasca se imparassimo a risparmiare?

Proviamo a fare alcune considerazioni, con la premessa che la spiegazione che segue tralascia appositamente molti elementi di carattere teorico, affinchè la cosa abbia un piglio più pratico che è quanto ci serve poi per fare i conti.

Le apparecchiature elettriche generalmente riportano una targhetta dove è indicata la potenza elettrica assorbita, espressa in watt o kW (migliaia di watt). La potenza indicata su queste etichette NON è la potenza elettrica sistematicamente “usata” dall’apparecchio, ma indica la potenza massima che gli apparati possono consumare. In al tre parole, l’apparecchio può consumare fino alla potenza indicata.

Per esempio, consideriamo il server in fotografia, sul retro del quale appare un’etichetta riportante la potenza di 460W; notate che in realtà, trattandosi di un’apparecchiatura funzionante in corrente alternata e dotata di un alimentatore switching, a stretto rigore avrebbe dovuto essere indicato 460VA, in quanto il watt è l’unità di misura della potenza reale e comunque si usa in corrente continua, mentre in alternata la potenza viene espressa in VA (volt-ampere) in quanto trattasi di potenza apparente.

(la foto è quella di un rack nel quale si vedono solo 2 server e una PDU con indicatore di Ampere che ci indica il consumo)

Tornando ai 460VA, per arrivare ad assorbirli tutti, il server dovrebbe avere tutti gli slot delle CPU occupati, tutti i banchi di RAM occupati, tutti i dischi in funzione e tutte le ventole di raffreddamento che girano.

Etichetta WATT server(in questa immagine si vede in bella vista, apposta su uno degli alimentatori di 1 solo dei 2 server che indica 460W, cioè 460 Watt)

Per avere un’indicazione effettiva della potenza consumata da un utilizzatore e quindi da un server, si possono utilizzare quegli apparati chiamati “power-meter” o, più semplicemente, un amperometro a pinza applicato ai cavi della rete di alimentazione a 220 volt; un misuratore di potenza fornisce direttamente l’assorbimento in watt o kW, mentre l’amperometro indica gli ampere, ovvero la corrente istantaneamente assorbita. Per ottenere i watt (P) partendo dalla corrente, basta applicare la seguente formula:

P = V x I

dove V è la tensione di rete (tipicamente 220 V, ma è meglio misurarla con un multimetro perché sovente è 230 V) ed I la corrente misurata con l’amperometro.

Prendiamo dunque in considerazione il nostro server e immaginiamo di misurare una corrente di 1,9 A mentre funziona collegato alla rete elettrica che fornisce 220 volt;(vedi foto)

rack-pdu(questo dispositivo è un power meter che è in grado di indicare gli ampere totali di tutti i carichi collegati. Con questa specifica PDU è anche possibile spegnere e accedende ciò che è collegato)

CONCETTO DI CONSUMO DI ENERGIA

ne approfittiamo per introdurre il concetto di consumo di energia, che corrisponde alla potenza assorbita moltiplicata per il tempo in cui viene assorbita. Il consumo di energia si esprime in wh (watt/ora) o kWh (chilowatt/ora=1.000 watt/ora).
In pratica 1 kWh significa che impegniamo 1.000 Watt per 1 ora (quindi usiamo 1 kW di potenza in 1 ora).

Considerando il nostro esempio pratico il nostro Rack stà consumando 1,9 Ampere che moltiplicato per la tensione elettrica, cioè 220V fa= 418WattSe consideriamo di tenere acceso il rack per 1 ora, consumeremo 418Wh, cioè 0,418kWh.

QUANTO SI SPENDE

Ma in un ufficio generalmente i server rimangono accesi 24 ore al giorno, quindi se moltiplichiamo 0,418kW x 24 ore otteniamo 10kWh di consumo energia elettrica.

Considerando le tariffe comprensive di spese varie vediamo che 1 kWh costa circa 0,22 Euro, quindi per 10kWh che consumiamo in 24 ore (1 giorno) spendiamo 0,22 x 10 = 2,2 euro/giorno e

in 1 anno spendiamo circa 2,2 euro x 365 = 803 euro.

In una classica configurazione di due rack server uguali, e sistema sAN la spesa annua in corrente si aggira sui 2.000 euro.

E non stiamo considerando computer, monitor, laptop, telefoni IP, stampanti, scanner, carica batterie, luci, frigo, scaldabagno, condizionatore e molti altri apparati.

QUANTO SI PUO’ RISPARMIARE?

Immaginiamo di poter spegnere i server negli orari in cui non c’è attività in azienda: ad esempio dalle 19.00 alle 7.00 del mattino seguente; ciò farebbe risparmiare circa la metà dell’elettricità consumata.

Questo potrebbe essere ottenuto mediante strumenti hardware o appositi software in grado di gestire il backup e lo spegnimento automatico, quindi il riavvio del sistema poco prima dell’apertura dell’azienda.

Così facendo risparmiamo, oltre all’elettricità consumata direttamente dai server, anche quella richiesta dall’impianto di condizionamento d’aria che d’estate serve ad evitare che la temperatura nei locali ecceda quella ottimale di funzionamento dei computer e che comunque, se i server sono nello stesso fabbricato degli uffici, deve portare via il calore prodotto.

Siccome come dicevo in apertura dell’articolo, ci tengo a non fare sprechi, ci siamo ingegnati a trovare una soluzione che ci consentisse di spegnere almeno i rack e tutti i server nelle ore notturne, subito dopo i backup… e chiaramente la mattina prima del nostro arrivo, tutti si riaccende automaticamente.

Così facendo risparmiamo almeno 10/12 ore …cioè energia, cioè soldi in corrente. E considerate pure che mantenendo spenti i Server, non dobbiamo mantenere acceso il condizionatore quando fa caldo e in ufficio non c’è nessun. In un’altro articolo analizzeremo la soluzione da noi individuata.

Il certificato SSL

 

Perché implementare il certificato SSL

La risposta alla domanda se è l’SSL è obbligatorio per tutti i siti web è no. Tuttavia, è altamente consigliabile implementarlo per una serie di motivi. Innanzitutto, grazie a questo protocollo, possiamo garantire maggiore sicurezza agli utenti che navigano il nostro sito internet e vi inseriscono i propri dati personali. Oltre agli e-commerce che richiedono informazioni sensibili molto delicate, anche un semplice form di contatto, di registrazione o di login richiede dati personali degli utenti e questi andrebbero protetti. Questa maggiore sicurezza nella navigazione viene percepita anche dagli utenti che, in base al protocollo implementato, vedono nella barra degli indirizzi il lucchetto verde e/o l’https che ormai è ampiamente riconosciuto come simbolo di sicurezza di un sito internet.

SSL e Google

L’aver implementato il certificato SSL è considerato un fattore di ranking sul motore di ricercadi Google e la sua presenza è pressoché obbligatoria per poter vendere attraverso il circuito di Google Shopping. Ma l’attenzione di Google verso i protocolli di sicurezza è in continua crescita. Infatti, ora, navigando con il browser Chrome, nella barra degli indirizzi, Google segnala con un i cerchiata i siti potenzialmente non sicuri, in quanto privi dell’SSL.

 

Google comunica all’utente che l’inserimento di informazioni sensibili, come le password, potrebbe essere intercettato da malintenzionati, quindi la navigazione non è del tutto sicura.

ssl google

Il problema è che ormai Google fa questa segnalazione anche su quei siti che non richiedono password o dati della carta di credito. Al momento, l’azienda di Mountain View non discrimina tra siti semplici e siti che invece effettivamente richiedono dati sensibili, come gli e-commerce per esempio. Non si esclude che più avanti Google etichetti tutte le pagine prive di Https come non sicure, anche se prive di form di login, registrazione o acquisto.

Chi dovrebbe implementare il protocollo SSL

Alla luce di ciò, chi dovrebbe implementare l’SSL? La risposta è tutti. Anche chi ha un semplice sito con solo form di contatto o di iscrizione alla newsletter, per non essere penalizzato dalla segnalazione di Google nella barra degli indirizzi, dovrebbe implementare un protocollo di sicurezza. A rilasciare i certificati sono degli enti certificatori. L’acquisto si può fare attraverso il proprio hosting, da altri servizi di hosting, o ancora, direttamente dai certificatori. Esistono anche dei certificati SSL gratuiti, come quelli forniti da Let’s Encrypt, che sconsigliamo per gli e-commerce che necessitano di protocolli più sicuri, ma che potrebbero andare bene per siti web più semplici.

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